Fonte: Query Online https://www.queryonline.it/

L’uso di artiglierie, cannoni e cannoncini per combattere le precipitazioni atmosferiche, soprattutto la grandine, è una lunga storia. Probabilmente nacque in area austriaca, già alla fine dell’800, perché da quelle parti ci sono sia tantissime piogge (e grandine), sia grandi coltivazioni di frutta. Visto che a quei tempi parte del nord-est d’Italia era sotto l’Impero austro-ungarico, da noi comparve in quelle zone come una moda negli anni ‘90 del XIX secolo. Poi si estese altrove, soprattutto nel Settentrione. In seguito, la mania dei cannoni antigrandine per un bel po’ fu soppiantata da quella dei razzi antigrandine: in Alto Adige furono di largo uso per decenni. Negli anni ‘70, infine, i cannoni tornarono su larga scala, e partì anche una moderna produzione in serie. In Piemonte, ad esempio, ed in particolare nella provincia di Cuneo, sono tuttora una vista piuttosto comune.

Da molto tempo fisici e meteorologi si sbracciano per ribadirne l’inefficacia, ma con scarso successo.

Proprio di recente, il 21 aprile, sul Giornale di Vicenza si è avuta la conferma di quanto questa usanza sia rilevante anche da un punto di vista economico. Il comune di Colceresa aveva appena approvato una convenzione per la gestione del “servizio antigrandine” attivo nell’area e del quale è capofila il comune di Marostica. Il fondo destinato ai cannoni è stato incrementato, e la spesa portata a 9.760 euro, visto anche – scriveva il quotidiano – che negli ultimi anni l’uso dell’artiglieria era aumentato… Conseguenti, e sconsolati, i commenti dei meteorologi.

Abbiamo chiesto un’opinione ad Alberto Gobbi, laureato in Scienze forestali e ambientali, responsabile del sito fenomenitemporaleschi.it e uno degli autori di Temporali e tornado (Alpha Test, 2020[2006]) giunto qualche mese fa alla terza edizione.

La grandine è una forma di precipitazione solida associata ai fenomeni temporaleschi e indubbiamente costituisce l’evento meteorologico più temuto dagli agricoltori e dai frutticoltori. La previsione nel tempo e nello spazio di questa idrometeora è tuttora affetta da grossi margini di incertezza a causa della sua elevata variabilità evolutiva. Di conseguenza, assume rilevante importanza il monitoraggio dei sistemi temporaleschi potenzialmente in grado di produrre grandine mediante la consultazione in real-time delle mappe radarmeteorologiche di riflettività liberamente consultabili nei siti web dei rispettivi enti istituzionali (ARPA e Protezione Civile).

Ma come si forma la grandine? Il cumulonembo è una nube cumuliforme a sviluppo verticale che può raggiungere quote anche di 15 chilometri, costituita da acqua allo stato liquido nella porzione inferiore e da ghiaccio alla sua sommità, che spesso assume la caratteristica forma a “incudine da fabbro”. In questa nube coesistono quindi cristalli di ghiaccio e goccioline sopraffuse (cioè liquide pur in ambiente sottozero) mentre le molecole del vapor d’acqua si depositano sui nuclei glaciogeni. L’embrione di grandine così generato catturerà le goccioline sopraffuse provocandone il ghiacciamento al contatto. Le fortissime correnti calde ascendenti che alimentano il temporale e quelle fredde discendenti fanno sì che l’embrione compia molte salite e discese all’interno del cumulonembo, ingrossandosi a più riprese finché il peso del chicco prevarrà sulla corrente ascendente provocandone la caduta al suolo.

Per contrastarne i danni sui seminativi e sui frutteti si ricorre tuttora ai cosiddetti “cannoni antigrandine”: sono dei dispositivi a forma di imbuto che emettono onde acustiche verso l’alto a brevi intervalli, le quali dovrebbero ostacolare se non annullare la genesi della grandine all’interno del cumulonembo. Tuttavia non esiste alcuna prova scientifica che dimostri l’efficacia di questi sistemi, che in realtà rappresentano solo uno spreco di denaro (pubblico), di tempo e di fatica. Come se non bastasse, l’onda d’urto che si sprigiona con elevata frequenza e a volte per più ore causa problemi a livello psicologico sia alle persone che agli animali e in qualche caso danni strutturali agli edifici quando non sono rispettate le distanze previste dai regolamenti tra le abitazioni e i suddetti cannoni.

Più volte si sono verificate grandinate anche dannose nelle aree teoricamente “coperte” dai cannoni antigrandine: d’altronde lo stesso tuono, molto più potente dell’onda d’urto sviluppata dai cannoni, dovrebbe ostacolare efficacemente genesi e sviluppo dei chicchi di grandine, ma così non è. Secondo le case costruttrici le onde in propagazione dal cannone verso l’alto, fino a poche centinaia di metri, dovrebbero alterare i processi che portano alla formazione dei chicchi e alla loro caduta. In realtà, i processi dinamici che innescano il fenomeno grandine avvengono nella porzione medio-alta della nube, poiché la massima concentrazione di goccioline sopraffuse si situa a quote non inferiori ai 4000-5000 metri. Tra l’altro, l’onda di pressione generata dall’esplosione del cannone è valutabile in circa 3-4 millibar a 40 metri dal cannone stesso, a 1,5 mb a 100 m, a 0,13 mb a 1000 m, e a 0,033 mb a 4000 m (praticamente uno schiocco di dita).

Sono pressioni che si rivelano assolutamente insufficienti sia per influenzare la dinamica e la struttura del cumulonembo sia per causare un effetto di cavitazione, come suggerito dai sostenitori di questo metodo. La cavitazione consiste nel fenomeno di formazione e successiva distruzione di bollicine di gas o di vapore, di dimensioni anche microscopiche, all’interno di un liquido, quando esso è soggetto a onde d’urto di forte intensità. Se si è in prossimità di pareti contenenti il liquido, ciò crea su di esse sollecitazioni tanto forti da provocarne la distruzione determinando una rottura anticipata dei chicchi durante la caduta al suolo. Purtroppo l’intensità necessaria è molto maggiore di quella che un cannone può produrre anche solo ad un centinaio di metri.

Spesso, poi, i cannoni iniziano a sparare quando giunge l’incudine del cumulonembo oppure in presenza di nubi stratiformi del tutto innocue. In realtà, la grandine cadrà al suolo solo con l’arrivo delle correnti discendenti più fredde, individuabili mediante il classico sfondo uniforme grigiastro o verdastro alla base del cumulonembo per via dei forti rovesci di pioggia e grandine, per l’appunto. Quindi se anche questi avessero una qualche utilità, vengono attivati quando la parte più intensa del temporale si trova a qualche decina di chilometri dal sito di interesse.

L’inefficacia dei cannoni detonanti è quindi assoluta, tenuto conto dell’immane energia che si sviluppa nei poderosi cumulonembi grandinigeni: basterebbe, infatti, rendersi conto di cosa è un temporale in termini volumetrici ed evolutivi… I cannoni sarebbero spariti da un pezzo e quelle poche risorse disponibili potrebbero essere destinate allo sviluppo di una strumentazione di monitoraggio più performante o a sistemi di difesa degni di tal nome come le reti antigrandine. In tal senso, andrebbe migliorata la copertura radarmeteorologica nazionale e la frequenza di aggiornamento dei prodotti radar, ma non va certamente trascurata un’opera di sensibilizzazione rivolta all’utente: è di estrema importanza saper interpretare correttamente forme e colori delle precipitazioni rappresentate nelle mappe radar così come andrebbe sviluppata anche la capacità dell’osservazione del cielo in modo da poter valutare l’effettivo rischio.